TEOLOGIA
IL SACRAMENTO DELL'EUCARESTIA
IN GIOVANNI DUNS SCOTO
di Giovanni Lauriola ofm
Ancora nello spirito dell'anno eucaristico la redazione pubblica il presente articolo che dalla fine del 2004 era gia' in segreteria, ma ragioni varie non hanno permesso la pubblicazione, che avviene ora.
Lggere il mistero dell'Eucaristia nella prospettiva cristocentrica di Duns Scoto significa richiamare alla memoria il mistero dell'Incarnazione, che costituisce l'asse portante e centrale del suo sistema teologico. Allo scopo sufficiente ricordare due riferimenti dottrinali, l'uno di carattere generale e l'altro di carattere specifico, che hanno come sfondo il fine ultimo dell'uomo nel grandioso processo del reditus ad Deum per Christum. Con il mistero dell'Incarnazione, l'uomo stato come "divinizzato" dal Verbo, e lo stesso mistero vive storicamente nella Chiesa, come "continuazione dell'Incarnazione", attraverso i beni della Redenzione, "donata" liberamente dallo stesso Cristo.
Nel riferimento generale sottesa la delicata questione del fine ultimo dell'uomo alla gloria, con tutto ci che comporta la determinazione della natura umana elevata all'ordine soprannaturale della visione beatifica. Problema che investe direttamente il rapporto "ragione-fede" o "desiderio naturale dell'uomo e grazia divina". L'uomo, secondo Duns Scoto, tende necessariamente, perpetuamente e supremamente alla beatitudine in modo particolare, ma per conoscerla ha bisogno necessariamente della Rivelazione, cio della grazia di Cristo, che rende concreta la visione beatificante di Dio uno e trino, fine ultimo dell'uomo.
Il riferimento specifico, invece, abbraccia tutti i problemi riguardanti la vita sacramentale. Punto importante certamente la determinazione della "causalit" dei Sacramenti, specialmente nell'interpretazione della classica espressione ex opere operato. Secondo Duns Scoto, l'espressione significa che i Sacramenti, per virt di Cristo, hanno in se stessi il potere di produrre la grazia indipendentemente dal volere di colui che li amministra. Per questo, i Sacramenti sono chiamati anche segni efficaci della grazia. La loro causalit, quindi, di natura strumentale, perch operano in virt del potere causale dato loro da Cristo, causa efficiente principale.
I - L'Eucaristia come Sacramento
L'Eucaristia, fondamentalmente, il dono di Cristo agli uomini per salire a Dio con Lui. L'Eucaristia "sacramento" in modo del tutto speciale, perch sacramento da sempre, cio da quando avviene la transustanziazione, come a dire che sacrificio e sacramento, pur distinguendosi nel termine e nel significato, sono ed esprimono la medesima realt, il Cristo integrale. Per questa sua singolarit, Duns Scoto prima precisa la causalit dei sacramenti e poi analizza il Sacramento sotto tre diversi aspetti principali: 1) culmine e vertice dell'economia sacramentaria, 2) nutrimento perfetto dell'anima, e 3) fonte e cuore d'ogni culto nella Chiesa.
1. Causalit dei sacramenti
Alla causalit dei sacramenti sottesa tutta la diversa interpretazione tra lettura teocentrica o cristocentrica della storia della salvezza, sintetizzabile, per comodit, nel rapporto "fede-ragione", "grazia-libert", "grazia-natura"..., in cui l'uomo chiamato a partecipare alla vita divina, mediante l'incorporazione a Cristo mediante i sacramenti amministrati dalla Chiesa e nella Chiesa, come continuazione della stessa Incarnazione. L'inizio dell'incorporazione dato dal battesimo, che cresce e si perfeziona specialmente con l'Eucaristia. Ovvia sembra l'affermazione che Cristo sia l'autore dei sacramenti, mentre alla Chiesa lasciato il compito di amministrarli e di precisarli.
Circa la causalit dei sacramenti, si afferma comunemente che essi producono la grazia che significano. La diversit di opinione riguarda il modo di interpretare il valore del segno nella produzione della grazia. La concezione teocentrica per la causalit fisica, nel senso che il sacramento come segno efficace produce la grazia, a modo di causalit strumentale; la prospettiva cristocentrica, invece, per la causalit morale, nel senso che il sacramento come segno efficace influisce nella produzione della grazia come causalit efficiente morale.
Poich l'interpretazione di Duns Scoto seguita da molti autori anche di diversa estradizione francescana, sembra opportuno precisare con pi attenzione la sua posizione o interpretazione, cos da allontanare ogni eventuale ombra di dubbio in un campo cos delicato.
Prima di tutto, la causalit morale, di cui parla Duns Scoto, ha valore e significato di efficienza e non di occasione nella produzione della grazia, onde il valore causale del segno sacramentale. Il segno sensibile del sacramento non ha alcun valore "magico", nel senso che possa determinare Cristo a conferire la grazia, perch unico autore della grazia solo Cristo, che agisce come un "ablativo assoluto", cio senza alcuna dipendenza da creatura. Onde, l'adagio che i sacramenti agiscono ex opere operato, nel senso che hanno in se stessi ma per virt di Cristo, il potere di produrre la grazia, indipendentemente dal potere di colui che l'amministra (ex opere operantis). La loro causalit, perci, tecnicamente si chiama strumentale o dispositiva, perch operano in virt del potere causale dato loro direttamente da Cristo.
2. L'Eucaristia
come fons et culmen dei sacramenti
La particolarit dell'Eucaristia nasce fin dal momento della sua costituzione. Mentre gli altri sacramenti donano la grazia che significano nei loro specifici segni, l'Eucarestia la stessa grazia, lo stesso autore della grazia, lo stesso Cristo, lo stesso Verbo Incarnato, lo stesso Capolavoro di Dio, la stessa imago Dei o il Summum Opus Dei.
Questa specificit dell'Eucaristia nei rapporti con gli altri sacramenti si pu anche sintetizzare cos: l'Eucaristia, in quanto lo stesso Cristo - ieri oggi sempre - il sacramento che continuamente dura, finch sussistono le "specie"; gli altri sacramenti invece sussistono solo nell'atto della loro costituzione o confezione; mentre nell'Eucaristia confezione del sacramento (o sacrificio) e sacramento coincidono perch lo stesso Cristo che perennemente si auto-d, gli altri sacramenti danno la grazia e poi non sono pi. Il sacramento dell'Eucaristia, invece, , rimane e perdura dall'atto della sua confezione fino alla sussistenza delle specie.
In altre parole: l'Eucaristia sacramento sia sull'altare dopo la consacrazione, sia nel tabernacolo quando viene conservata per l'adorazione e per gli ammalati. Questa la presenza continuativa di Cristo tra gli uomini: rester con voi fino alla consumazione del tempo (Mt 28, 20), cio il Cristo dell'Eucaristia lo stesso Cristo com' nei cieli.
A questo punto nasce la delicatissima domanda come tentativo di spiegazione del concetto di transustanziazione: nella conversione totale della sostanza che cosa si muta o cambia? Lo stesso Cristo cos com' nei cieli, oppure si moltiplica la sua presenza?
Nella dottrina comune si afferma la prima ipotesi, mentre la seconda ipotesi viene proposta da Duns Scoto, e costituisce anche la spiegazione pi convincente della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia. Secondo il Maestro Francescano, quindi, non "Cristo" che si moltiplica - sulla terra e nei cieli - ma la sua "presenza" che si moltiplica "qui" e "l". Questa speciale moltiplicazione di "presenza" costituisce l'essenza del grande e imperscrutabile mistero del sacramento eucaristico.
a) La transustanziazione "adduttiva"
Nel tentativo di spiegare questa "multi-presenza" di Cristo, si caratterizza la l'interpretazione geniale di Duns Scoto, il princeps theologorum.
Ammessa per fede la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, si pone il delicato compito di interpretare il modo di come pu avvenire tale presenza di fatto. Comunemente si fatta strada il concetto "transustanziazione", cio conversione totale di sostanza: dalla sostanza del pane alla sostanza del Corpo di Cristo, che si moltiplica senza addurre alcun cambiamento ulteriore. E qui si ferma la dottrina comune.
Duns Scoto, con la sua proverbiale subtilitas, si interroga: se il Cristo "preesiste" per fede alla consacrazione, come pu costituire il "termine" della stessa consacrazione? Cos infatti scrive: La questione si pone a causa del termine preesistente, perch non sembra possibile che qualche cosa che gi esiste, possa essere convertito in ci che gi (Ord IV, 11, 3, 162). Ora, nel momento della consacrazione, il Cristo totale gi esiste per fede nei cieli in tutta la sua reale e gloriosa personalit, allora che cosa avviene dopo la consacrazione? Si risponde: la "transustanziazione", cio il passaggio o la conversione totale del pane nel Corpo di Cristo.
E continua: come interpretare questa "transustanziazione"?
Comunemente, a causa dell'influsso delle categorie aristoteliche dell'ilemorfismo, applicate da Tommaso e da molti teologi, si risponde in modo "produttivo" o "riproduttivo", cio come se la conversione totale della sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, si potesse chiamare "riproduzione" o "ricreazione" di una nuova sostanza.
Duns Scoto, invece, precisa il concetto di transustanziazione, dicendo che tecnicamente non si pu chiamare vera "mutazione", perch nulla della sostanza del pane resta nel Corpo di Cristo; n si pu chiamare "annichilazione" della sostanza del pane, perch il pane "convertito" sostanzialmente nel Corpo di Cristo, e non viene annichilato. Anche per lui, quindi, la transustanziazione una conversione totale della sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, che moltiplica la presenza di Cristo, senza produrre nulla di nuovo nel suo termine sostanziale, che lo stesso e unico.
Fondandosi criticamente su principi speculativi diversi, interpreta la transustanziazione in due modi: o in quanto termina a una sostanza che ne riceve un nuovo essere, o in quanto termina a una sostanza che ne riceve la sua presenza qui. L'una si chiama produttiva nel suo termine, e l'altra adduttiva poich il termine (il Corpo di Cristo) sia presente qui. La prima giunge all'esistenza del termine, la seconda alla presenza del termine qui o l.
La prima si pu chiamare produttiva del suo termine; la seconda adduttiva del suo termine, perch per essa il termine (il Corpo di Cristo) si adduce come presente qui. In altre parole, l'una produce l'esistenza del suo termine, e l'altra la sua presenza in tale luogo (Ord IV, 11, 3, 167). Viene la tentazione di applicare la distinzione filosofica tra ut apparent et sicuti sunt...
E in forza della sua "prospettiva cristocentrica", Duns Scoto pensa che la transustanziazione non pu essere produttiva, perch il suo termine (il Corpo di Cristo) gi esiste, ma debba essere intesa in modo "adduttiva" o "transitiva", perch ha come scopo l'adduzione della presenza sacramentale del Corpo di Cristo, cio con la transustanziazione non si riceve l'essere-Cristo come tale, che gi esiste, ma si riceve l'"essere presente qui". In altre parole, non si produce un nuovo essere, gi esistente, che non avrebbe senso riprodurre una realt gi esistente, ma si rende nuova una presenza diversa di ci che gi esiste, cio si adduce una nuova presenza del Cristo. Per questo, Duns Scoto ammette la transustanziazione adduttiva, che ha come scopo l'adduzione della presenza sacramentale di Cristo.
b) Natura della presenza adduttiva
Ammessa per fede la transustanziazione, Duns Scoto la interpreta in modo adduttiva e, consapevole della sua novit teologica, si preoccupa di precisarne la natura e le caratteristiche. Come interpretare "quel qualcosa di nuovo" che la transustanziazione esprime? Esclude categoricamente che si tratta di una produzione o riproduzione di sostanza, perch la sostanza del Corpo di Cristo gi preesiste nei cieli ed unica e irripetibile come ogni persona, e afferma con forza che si tratta di una transustanziazione "adduttiva" che d origine alla presenza sacramentale di Cristo, "qui e ora". Di nuovo la "presenza" multipla del Corpo gi esistente nella gloria che si rende presente in altro luogo sotto le specie del pane. Questa la vera forma di umilt o annichilamento paolino: la presenza del Corpo di Cristo, per s glorioso, sotto le specie del pane.
Duns Scoto chiama questa interpretazione della transustanziazione come "presenza sacramentale e moltiplicata". Quale la sua natura? Cos risponde: Si potrebbe dire che questa conversione [sacramentale] come di sostanza a sostanza, non in quanto all'essere della sostanza come tale, ma in quanto al suo essere qui; di modo che come questo Corpo, in quanto qui, succede al pane in quanto qui, cos il pane in quanto qui mutato nel Corpo in quanto qui. E questa conversione, sebbene sia di sostanza a sostanza, non tuttavia tra sostanze in quanto termini. Difatti, i termini sono solamente la presenza e la non-presenza che possono essere ricondotte alla categoria dell' ubi (luogo)...
Come mediante la mutazione positiva non prodotto il Corpo come tale, ma tuttavia prodotto il suo essere in quanto presente qui, cos mediante la mutazione deperditiva corrispondente il pane non perde il suo essere come tale, ma il suo essere in quanto qui. La transustanziazione transitiva e non produttiva... (Ord IV, 11, 4, 15, 343-344).
Per comprendere il delicato e novativo linguaggio di Duns Scoto, bisogna tener presente l'insieme del suo pensiero. Quando parla di categoria dell'ubi o del "luogo" non parla in modo accidentale ma in modo sostanziale perch parla di conversione di sostanza in sostanza, ma in relazione a un essere presente qui. Se i due termini "sostanza"
e "essere qui" vengono presi isolatamente, si cade naturalmente e facilmente in errore; invece in Duns Scoto i due termini sono sempre presi insieme, e allora la soluzione pacifica e rispettosa del mistero che si vuol tentare di svelare qualche lembo di comprensione.
Nella transustanziazione si ha veramente la conversione di sostanza in sostanza, senza la produzione del termine gi preesistente, ma si rende presente qui, mentre prima non c'era. In altre parole, l'effetto della transustanziazione la produzione della presenza nuova e moltiplicata di Cristo, gi preesistente, e ora presente anche qui.Con questa interpretazione della transustanziazione, si pu dire che il Cristo subisce una qualsiasi mutazione?
Duns Scoto risponde categoricamente di no. Se di mutazione si pu parlare, essa non riguarda minimamente il Corpo di Cristo, ma unicamente la specie, dal momento che la sostanza, il Corpo, in s non limitato a un luogo preciso: la transustanziazione infatti riguarda la sostanza in s, prescindendo dai suoi accidenti che restano identici. Questo vuol dire l'essere in tale luogo, sotto le specie, non tocca affatto la sostanza del Corpo di Cristo, il quale non esiste sotto le specie in modo quantitativo, ma soltanto in modo "illocale", cio in modo aspaziale come le sostanze spirituali, che non hanno un ubi locale, e pu esistere ovunque si ripete la consacrazione. Il Corpo di Cristo, perci, non subisce alcuna mutazione locale. Egli e resta sempre immutato e identico cos com' nei cieli.
Per concludere questo brevissimo e delicatissimo cenno sul mistero del sacramento eucaristico secondo Duns Scoto, si afferma con tutta tranquillit che la novit della presenza del corpo di Cristo nell'Eucaristia non data dall'ubi locale, ma direttamente dalla transustanziazione, che comporta la presenza nuova di Cristo, sotto le specie che, prima della conversione, erano sostentate dalla sostanza del pane. La nuova presenza di Corpo di Cristo una presenza s reale ma di natura metafisica, che si attua in virt della transustanziazione. E' un modo di presenza nuova, che supera ogni legge fisica, e che ha attinenza con la presenza gloriosa della Risurrezione. E' la Risurrezione il fondamento della dottrina sacramentale dell'Eucaristia, e ne assicura la reale presenza soprannaturale. L'Eucaristia, come Cristo, non un mistero, ma il mistero.
3. L'Eucaristia come nutrimento spirituale
L'Eucaristia il cibo spirituale e soprannaturale per eccellenza, perch lo stesso Cristo Ges autore della grazia: chi mangia il mio Corpo, vive di me (cf Gv 6, 51). La comunione eucaristica pu essere fatta in due modi: durante il sacrificio e fuori del sacrificio. Nel sacrificio abbraccia il significato di riconciliazione, come naturalmente significa il banchetto, cio segno di comunione, di riconciliazione, di amicizia, di amore, di perdono... Tutti questi e altri segni del banchetto sono realmente presenti nella comunione ricevuta durante il sacrificio eucaristico. L'Eucaristia veramente il cibo che riconcilia, che perdona, che apre alla vita e all'amore.
Anche se, per giusta causa e diversa situazione, si riceve il Corpo di Cristo fuori del sacrificio, l'Eucarestia conserva, bench in modo meno evidente, le stesse caratteristiche della comunione durante il sacrificio, di cui il coronamento o il complemento.
Alla luce eucaristica, la parabola del "figliuol prodigo" acquista certamente una luce nuova e pi penetrante, da arricchirne il significato. Tutto il "nuovo", che il Padre ordina per celebrare il ritorno del figlio perduto, pu indicarsi nell'Eucaristia, vero banchetto di festa... Anche la considerazione del "contatto" corporeo con il Corpo dell'Agnello Immacolato, rende pi splendido e pi forte il nostro essere, come ha reso per sempre virgineo e sublime il cuore della Madre Immacolata.
Quando si riceve con le dovute disposizioni, l'Eucaristia - dice Duns Scoto - produce due grazie specifiche: quella accidentale o santificante o abituale, indicata dal gesto della stessa manducazione
delle specie eucaristiche, e quella essenziale o sussistente, che il Cristo stesso, presente in modo permanente sotto le specie. E questa seconda grazia costituisce il significato autentico dello stesso sacramento.
E utilizzando un pensiero caro ad Agostino, anche lui stabilisce l'analogia capovolta tra il cibo materiale e il cibo spirituale, demarcandone fortemente la differenza: il cibo naturale viene assimilato da chi lo consuma, il cibo eucaristico invece trasforma in s chi lo riceve. Difatti scrive: Credi e mi mangerai, ma non sarai tu a trasformare me in te, ma tu ti trasformerai in me (Ord IV, 8, 3, 150), cos da poter gettare le basi di quella crescita in Cristo fino alla perfetta maturit.
4. L'Eucaristia come fons del culto latreutico
Quando parla dell'Eucaristia, Duns Scoto usa i termini di massima eccellenza e sempre al massimo del superlativo, come per es., excellentissimus sacramentum, nobilissimum sacramentum, summum et excellentissimum in Ecclesia. E questo perch l'Eucaristia contiene ci che realmente significa, il Verbo Incarnato, il Cristo intero, il Christus totus, per il quale applica il suo principio ermeneutico preferito: Quando si tratta di lodare Cristo, preferisco dire di pi che di meno, se a causa della mia ignoranza dovessi cadere nell'uno o nell'altro eccesso (Ord III, 13, 4, 50).
In rapporto agli altri sacramenti ne stabilisce fortemente la differenza: mentre gli altri sacramenti significano la grazia accidentale conferita a colui che li riceve; l'Eucaristia invece significa e realmente contiene la grazia essenziale, cio lo stesso Cristo, che la fonte d'ogni grazia (caput omnis gratiae), oltre alla grazia accidentale che si riceve in forza della preparazione con cui la si riceve. Per il Maestro Francescano, il significato primo e importante dell'Eucaristia non tanto la grazia accidentale, quanto la grazia essenziale, onde tutta la delicatezza e precisione di linguaggio che utilizza quando parla dell'Eucaristia e del rito della stessa celebrazione, secondo le disposizioni della Chiesa.
L'altra grande differenza che mette in luce Duns Scoto nei confronti con gli altri sacramenti il carattere di permanenza dell'Eucaristia. Testualmente scrive nel IV libro dell'Ordinatio: Dal momento che Cristo ha voluto restare tra noi in modo permanente, stato conveniente la scelta del segno sacramentale di permanenza; e continua: Cristo ha voluto restare con noi nel segno sacramentale, per eccitare maggiormente la nostra devozione e il nostro amore verso di Lui; e aggiunge: Ogni forma di culto nella Chiesa ha fondamento e forma in relazione all'Eucaristia; conclude: Se il clero applica la diligenza pi attenta nel celebrare i misteri santissimi, se il popolo di Dio assiste con pi devozione alla santa Messa, e se i fedeli si confessano con pi cura e si comunicano con pi diligenza... ci per merito di questo Sacramento Eucaristico (Ord IV, 8, 1, 24).
Sono note da tener presente quest'anno eucaristico nella nostra pastorale.
In un testo della Reportatio Parisiensia arriva a dire che Se non ci fosse il Corpo di Cristo nell'Eucaristia, tutti gli altri sacramenti perderebbero di importanza, e sparirebbe ogni devozione nella Chiesa, n sarebbe possibile offrire il culto di adorazione o latria a Dio (RP IV, 8, 1, 15); dal momento che all'Eucaristia dovuto il culto di latria come a Dio (RP IV, 11, 3, 86).
Parafrasando il suo pensiero, si pu anche dire che senza Eucarestia, le chiese sarebbero un luogo freddo e gelido, un corpo senz'anima, senza cuore e senza sangue, un ammasso di pietre... Pensieri troppo forti e belli per essere sottaciuti nella pastorale eucaristica.
Questo, un lembo del mistero dell'Eucaristia, secondo Duns Scoto.