Cristiani perseguitati in Terrasanta

Ufficialmente è pace dopo le violenze islamiche a Taybeh. Ma nei luoghi sacri la Chiesa lancia l'allarme
Il fanatismo islamico dilaga e si fa sempre più difficile la vita per i cristiani in Medio oriente. Mentre in Occidente i circoli ben pensanti e politicamente corretti si affannano a regalare sempre nuovi spazi all'Islam, là dove l'Islam è già maggioranza vi sono sempre meno libertà garantite per gli "infedeli" cristiani. È solo di domenica scorsa la grave denuncia della situazione, raccolta dal Corriere della Sera, da parte del Custode della Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa: «Noi cristiani in Terra Santa bersaglio dell'odio islamico, l'Autorità palestinese non punisce gli aggressori», dichiara sin dal titolo.
E in questi ultimi due giorni un'altra notizia, quasi passata inosservata sugli organi di informazione ufficiali, mostra a che livelli stia giungendo la crescente ostilità dei musulmani verso le comunità cristiane nei territori soggetti all'Anp: dopo un presunto "sgarbo d'onore" nei confronti di una ragazza islamica, che peraltro aveva già pagato con la vita la sua storia d'amore per un cristiano, 14 case di "infedeli" sono state date alle fiamme dai figli di Allah infuriati.Ieri quest'ultima crisi è sembrata rientrare. Grazie ad una energica mediazione del governatore di Ramallah (Cisgiordania) Mustafa Issa sembrerebbe tornata la calma nel villaggio cristiano di Taybeh dove domenica diverse abitazioni sono state distrutte da incendi dolosi nel corso degli scontri. Che ora si vorrebbero attribuire ufficialmente soltanto a una lite «fra una famiglia cristiana e una musulmana» e non più tra le diverse regole di vita delle due comunità. È proprio il quotidiano al-Ayam, secondo cui il presidente palestinese Abu Mazen segue da vicino gli sviluppi della vicenda, ad innestare la retromarcia.
All'origine di quegli incidenti restano comunque la questione di "leso onore" e la morte di una donna musulmana, nubile ed incinta di sei mesi. Secondo la polizia palestinese la donna è morta (a fine agosto) dopo aver ingerito veleno: ma ancora non viene precisato se si tratti di un delitto, o di un suicidio.
Vittime della "vendetta" dei suoi congiunti sono stati un uomo di Taybeh (indicato come amico di quella donna) e i suoi parenti, membri di una nota famiglia cristiana. Grazie all'intervento di Issa, esponenti della comunità cristiana e di quella musulmana locale hanno emesso ieri comunicati in cui sostengono che «il fattore religioso» non c'entra in questa vicenda e che - date le caratteristiche sociali della zona - le due famiglie si sarebbero affrontate anche se fossero state della medesima religione. Il governatore Issa, da parte sua, ha ottenuto una «cessazione delle ostilità» per i prossimi sei mesi, sempre secondo il giornale palestinese.
Quanto alla denuncia di padre Pizzaballa, c'è da restare sconcertati: «Quasi ogni giorno - ha detto al Corriere - le nostre comunità (cristiane, ndr) sono vessate dagli estremisti islamici in queste regioni. E se non sono gente di Hamas o della Jihad islamica, avviene che ci si scontri con il muro di gomma dell'Autorità palestinese che fa poco o mulla per punire i responsabili. Anzi, ci è capitato di venire a sapere che in alcuni casi, fra loro c'erano gli stessi agenti della polizia di Mahmoud Abbas o i militanti del Fatah, il suo partito che sarebbero addetti alla nostra difesa. Sono talmente scoraggiato di sentire le lamentele che talcolta non guardo neppure più i dossier».
Tra cui la corposa raccolta di ingiustizie compilata da Samir Qumsieh, direttore di una piccola tv locale cristiana, La Natività. Secondo padre Pizzaballa, Samir avrebbe voluto già da tempo diffondere la sua denuncia anche tramite il sito www.asianews.it diretta da padre Bernardo Cervellera. Il quale, da parte sua, ci ha informato di essere al lavoro per presentare sul suo sito, prossimamente, proprio un servizio in merito alla vicenda dei cristiani in Terrasanta