PANORAMA DI NOTIZIE DALLA TERRA SANTA
A cura del Commissariato di Terra Santa di Puglia e Molise
Convento Madonna della Vetrana - 70013 Castellana Grotte (BA)
Gennaio 2006 ......................................................................................

   
             

CROCIATA SPIRITUALE per la Terra Santa : PARTE SECONDA
GERUSALEMME: dintorni e sino al Getsemani


Gerusalemme, cittá santa e di contrasti secolari ed apocalittici.
Al primo impatto che si ha con la periferia, la predominanza del cemento é innegabile. Un susseguirsi di edifici architettonicamente obrobriosi: parallelepipedi di cemento edificati con schema militare. Tutta la cittá nuova, che si estende a nord-ovest, é edificata non tenedo in alcun conto di un inserimento armonico e ambientalmente gradevole dei moderni insediamenti, nati per rispondere alle esigenze abitative dei coloni provenienti prevalentemente dall’Occidente.
E‘ giá facilmente percepibile sin dalle prime battute lo spirito aggressivo, spiccio e incurante della reltá pre-esistente che ha animato i primi architetti israeliani.
Qui si trovano la Knesset, il Parlamento israeliano, la Banca d’Israele, la Corte Suprema, la nuova Universitá ebraica, il Centro dei Congressi, i Musei dell’Olocausto, la Tomba monumentale di Teodor Herzl, lo Stadio, gli Ospedali, i grandi alberghi come l’Holiday Inn (dove i nostri politici, di destra e di sinistra, alloggiano durante i loro soggiorni diplomatici, ben lontani dalla vera Gerusalemme est), ed infine le abitazioni degli israeliti che contano, politici e uomini di potere.
Addentrandosi in un traffico caotico si possono scorgere qua e lá alcuni edifici datati di architettura inconfondibilmente araba. Ma essi sono in stato di evidente abbandono, con i muri talvolta sbrecciati ed i segni inconfondibili dei proiettili di grosso calibro esplosi al loro indirizzo nel passato, i vetri delle finestre in frantumi sin ai piani piú alti. Ma siamo nella parte oggi ebraica della cittá. Gli askenazi, con i loro borsalini neri, i loro impeccabili completi scuri e le treccioline cadenti ai lati, sono, insieme ai militari che stazionano un po’ovunque, la nota caratteristica di quest’area.
Ma finalmente si scorgono le vecchie mura, la Cittadella da cui spicca la Torre di David, la Porta di Jaffa, e la Porta Nuova, dinnanzi alla quale il mezzo si ferma per farvi discendere i pellegrini. Da qui bisogna proseguire a piedi, ognuno con il proprio bagaglio di effetti personali e di personali interrogativi ed aspettative, addentrandosi per poche centinaia di metri oltre le mura vecchie, nel dedalo di stradine che conducono pian piano nel cuore di Gerusalemme, e di cui si cominciano a sentire i battiti reali, soffocati sino ad allora dal frastuono della modernitá metropolitana.
Nella Cittá Vecchia, eccezion fatta per limitati percorsi che conducono a postazioni di Polizia, non si puó viaggiare in auto o bus, essendo per lo piú una ragnatela di vicoli strettissimi, con scale e scalini ovunque, bassi archi e passaggi talvolta talmente stretti dove si puó passare solo in fila indiana. Stranissimi mini-trattori, molto stretti, fabbricati apposta per tali situazioni, si occupano del trasporto di merci e cose che caricano su altrettanto stretti rimorchi agganciati posteriormente.
DAMASCUS GATE
Casa Nova di Gerusalemme si trova all’interno di tale contesto, a ridosso della Basilica del Santo Sepolcro. Essa é il luogo per l’accoglienza dei pellegrini di proprietá dei Padri Francescani che hanno la Custodia della Terra Santa, e che hanno conservato e riscattato a caro prezzo molti edifici, riservandoli per dare ospitalitá a chi ha l’avventura e la fortuna di giungere si lí.
E‘ praticamente un grande pensionato, organizzato come un modesto albergo, con un’accogliente recezione dove personale multilingua é in grado di aiutare i pellegrini per andare incontro alle loro esigenze, dotato di confortevoli e semplici camere dotate di servizi, vari salottini per i raduni dei vari gruppi di pellegrini, un efficiente bar attrezzato per poter degustare un ottimo caffé all’italiana, servito da un simpaticissimo amico trentenne, cristiano-cattolico palestinese, una grande area per la refezione ed il consumo dei tre pasti giornalieri (cucinati eccellentemente in stile italiano da ottime cuoche arabe), una sala per la televisione dove é possibile seguire, per chi lo desidera, i notiziari e programmi italiani, una cappella. Tutto eccellentemente organizzato ed estremamente pulito.
La sveglia é alle 6.30, colazione alle 7, in marcia alle 7.30.
Dapprima bisogna cercare di avere una visione il piú ampia e panoramica possibile del contesto in cui ci si é venuti a trovare. Padre Pio, il sacerdote francescano organizzatore ed accompagnatore-predicatore, decide di portarci prima fuori dalle mura, verso la parte est. Qui si nota meglio il contrasto tra la parte israelita e quella araba: tra le zone dove con una pioggia di dollari (ed espropriazioni varie ai danni di arabi palestinesi musulmani e cristiani) si sono ottenute buone strade, case e servizi, e quelle dove invece la povertá e l’abbandono regnano sovrane, dove i bambini giocano in mezzo alle macerie. Commenti espliciti e senza mezze misure riportano l’esperienza vissuta in decenni di vita in Terra Santa. Talvolta bisogna contraddire fraternamente alcuni pellegrini, affetti da quel frainteso senso ecumenico che ha conquistato la maggior parte dei cattolici italiani ed occidentali, a causa delle riunioni sincretiste alle quali sono stati abituati a casa loro, e lo fa con estremo senso di umiltá. Egli ha ben chiaro il contrasto esistente tra un’educazione mediatica, e talvolta anche religiosamente deviata, occidentale ed una realtá crudamente e crudelmente faziosa, dove a farne le spese sono i piú deboli ed indifesi, che sono la maggior parte della popolazione. Senza perdere quindi il senso delle veritá che bisogna comunicare ai pellegrini, si cerca di introdurli gradualmente nella prospettiva di caritá cristiana che si puó e si deve applicare praticamente e pragmaticamente alle problematiche presenti sul campo.
Una evidente gran fede ed un amore senza condizioni per la Croce, lo guidano con spiritó di caritá, cercando egli di non venire mai meno all’obbligo di dire la veritá.
Quando mi permisi di comunicargli il dissenso che alcune sue affermazioni poco “ecu-maniache” avevano suscitato tra alcuni fedeli neo-modernisti, egli si limitó a ribattermi, alzando le spalle ed allargando le braccia: “Questa é la veritá e la realtá delle cose: non posso dire diversamente, perché direi delle bugie”.
Nella parte araba, ad est, dopo aver oltrepassato il viale di Sultan Suleiman, ed aver scorto in lontanaza alla nostra sinistra il Museo Rockefeller, ci addentriamo nella periferia di Gerusalemme. Qui molte costruzioni sorte per venire incontro alle esigenze abitative dei palestinesi, che si sono ritrovati da un giorno all’altro senza una casa, perché spianata dai budozer e caterpillar israeliani, sono state eseguite dai Francescani a loro spese e su terreni di loro proprietá. Anche gli unici poliambulatori e orfanotrofio funzionanti, in favore degli arabi palestinesi, sono opere francescane.
Esse sono andate in soccorso di famiglie cristiane, ma anche musulmane, rompendo talvolta il muro di incomunicabilitá ed aprendo in alcuni casi una breccia verso un interrogativo di comprensione delle ragioni cristiane da parte di famiglie oneste di religione islamica. Non é cosa di poco conto in quell’area e, come un fiore tra i sassi del deserto, potrebbe, se non spazzato dalla furia degli elementi, crescere miracolosamente come conversione o atto di fede nel cuore dei piú onesti. Una sfida millenaria che ha subito molte persecuzioni e sconfitte, ma che resta, a fronte dei risultati faticosamente ottenuti, temporali e spirituali, il nocciolo della missione cattolica.
O c’e qualcuno che crede, oggi piú di ieri, di poter evangelizzare e fare apostolato, convertendo anime a Cristo e conservando allo stesso modo la custodia dei luoghi sacri e la memoria storica delle origini della nostra Santa religione, menando fendenti di spada a destra e a manca?
E` stata un’impresa epica e nobile, quella delle Crociate, protrattasi per secoli dal primo millennio della cristianitá in poi, motivata e resa lecita dalle innumerevoli aggressioni e crudeltá compiute dai novelli Cavalieri di Allah ai danni della cristianitá e dei luoghi a lei sacri, il Santo Sepolcro in primis, e garantita da un’omogeneitá confessionale e d’intenti dell’intero popolo cristiano, scismatici e bizantini inclusi. E nessuno, tantomeno i frati della Custodia, rinnega le innumerevoli ed innegabili grandiose opere svolte in favore della Chiesa e della cristianitá dai generosi cavalieri che, abbandonando interessi e affetti, andarono incontro a morte probabile e tribolazioni certe. Nessuno qui si vergogna delle imprese dei Cavalieri Crociati. Anche al di lá di alcuni mea culpa battuti da qualcuno sui petti altrui. Le mura di fortificazione, le chiese, e l’intera cittadina costiera di Acri, per esempio, sono ancora solidi testimoni di una fede spinta oltre ogni umano azzardato limite. Ma segni indelebili del periodo crociato sono visibili un po’ ovunque, e sono caratterizzati dal trasporto religioso per erigere chiese e cappelle, fortificare conventi, apportare migliorie strutturali agli edifici, abbellire gli interni con affreschi e mosaici che potessero meglio rappresentare i passi evangelici a cui si riferivano gli specifici luoghi santi. E a dispetto del tempo, delle guerre e delle devastazioni iconoclastiche, ci perviene ancora oggi tutto il loro messaggio di indubbia nobiltá d’animo.
Ma sappiamo anche, perché la storia ce ne informa ampiamente, che, dopo la capitolazione dei Cavalieri Crociati, solo ai frati minori, confratelli di San Francesco, fu concesso dai maomettani il salvacondotto e l’autorizzazione per rimanere nei luoghi santi. La Santa Sede concedette a questi religiosi, sin da quei tempi, l’autoritá per decidere di far partire o farvi restare i pellegrini a loro insindacabile discrezione, arrivando a conferire ai frati il potere di scomunicare chi decidesse di non obbedire.
Giá Sant’Ignazio di Loyola, verso la metá del sedicesimo secolo, sperimentó personalmente tali disposizioni, quando i francescani decisero che egli non fosse ancora debitamente maturo per un’esperienza mistica stabile in Terra Santa, e ci racconta lui stesso che ai pellegrini che giungevano al limitare delle alture, dalle quali era possibile cominciare a scorgere la cittá di Jerusalem, la prima immagine offerta loro era quella dei frati, fuori dalla cittá, con la croce in mano per riceverli (Ignazio di Loyola – Racconto di un pellegrino - 45, 1 - 46, 6).
Dall’altura del Monte Oliveto, o Monte degli Olivi, lo sguardo si perde a contemplare il panorama del deserto di Giuda, con stagliata all’orizzonte la valle del Giordano ed uno spicchio del Mar Morto. A sinistra la catena transgiordanica delle montagne di Moab, a destra Gerusalemme, con la cinta della cittá antica circondata dai quartieri moderni.
Viri Galilei…“Uomini di Galilea, cosa state mirando in alto?”, sono le parole dell’angelo strettamente connesse all’apparizione di Nostro Signore Gesú Cristo agli undici apostoli. E sul Monte degli Olivi la tradizione vuole che si trovi la pietra dalla quale il Salvatore ascese al cielo. Intorno ad essa i crociati costruirono un’edicola, o cappella, ottagonale, appesantita sgraziatamente da una cupola che intorno all’anno 1200 i seguaci del Profeta aggiunsero per trasformarla in moschea. Oggi Viri Galilei e Chiesa dell’Ascensione sono luoghi liberamente accessibili alla cristianitá, parte sotto la giurisdizione greca ortodossa e parte in custodia ai Francescani.
Scendendo verso valle é d’obbligo una visita alla Chiesa del Pater, dove narra la tradizione che Gesú abbia insegnato l’orazione, per la seconda volta, ai Suoi discepoli. La suggestiva grotta, nella quale Nostro Signore soleva talvolta soffermarsi con gli apostoli, é di proprietá delle Suore Carmelitane, le quali detengono anche la giurisdizione del Santuario e del Convento. Le pareti del chiostro sono coperte dalle trascrizioni della preghiera per eccellenza tradotta in tutte le lingue del mondo.
Una puntata a Betfage, dove Gesú mandó due discepoli a reperire l’asino che Gli sarebbe servito come cavalcatura per l’ingresso trionfale a Gerusalemme, ed infine il Dominus Flevit.
Da una splendida terrazza panoramica, che si raggiunge portandosi dalla sommitá del Monte Oliveto verso la Valle del Cedron, al confine del muro meridionale della Citta Vecchia, si ha una visione privilegiata del giardino del Getsemani, a destra, con sottostanti il Cimitero Ebraico, quindi quello Cristiano con le cosíddette Tombe dei Profeti, e dall’altra parte del canalone, a ridosso delle mura antiche di Gerusalemme, il Cimitero Musulmano, con la Moschea di Omar, la Cupola sulla Roccia, sovrastante.
LA CROCE SULLA MEZZALUNA
La Citta Vecchia é da quassú chiaramente visibile nei suoi contorni e contrasti, l’antichitá e la modernitá, i campanili delle chiese ed i minareti. Su tutto domina la Moschea Qubbet as-Sakhra, The Dome of the Rock, la Cupola sulla Roccia, con la sua grandiosa e sfavillante cupola dorata. La fronteggia, dal lato opposto del canalone, al di fuori delle mura ma alla sua stessa altezza, il Monastero Russo delle suore ortodosse. Le sue croci dorate, sormontanti altrettante cupole dorate poste in sommitá dei cinque campanili, contendono il primato d’elevatezza alla Moschea di Omar ed alla mezzaluna che le é posta in cima. Durante il periodo in cui i Crociati reggevano il potere in Gerusalemme la mezza luna fu rimossa e sostituita con una croce dorata, chiamando quel luogo, edificato sopra l’altare dell’olocausto, “Templum Domini”. Successivamente alla loro caduta la croce fu distrutta e la mezza luna di Mohamed fu rimessa al suo posto.
Dalla terrazza panoramica, di cui si accennava poc’anzi, si scende quindi a piedi attraverso i cimiteri, Ebraico prima e Cristiano poi, per accedere, attraverso un portoncino, nel recinto del Dominus Flevit. Qui la tradizione vuole che Nostro Signore Gesú Cristo abbia pianto su Gerusalemme. E` questo un luogo di preghiera e raccoglimento, dove per facilitare la meditazione sono state dai francescani edificate alcune piccole casupole, di semplice composizione ed arredo spartano, poste sulle terrazze e nascoste tra gli ulivi. Un romitaggio per chi desidera fermarsi a pregare a Gerusalemme, in un clima di austeritá.



DOMINUS FLEVIT
“RESTATE QUI E VEGLIATE CON ME” (Mt. 26,38)
Questi giardini di piante d’olivo posti fuori dalle mura della cittá, e ben di fronte ad essa, erano i luoghi ove Gesú, durante le Sue permanenze a Gerusalemme, soprattutto per predicare nel Tempio, era solito ritirarsi al tramonto in compagnia degli apostoli. Perché la tradizione vuole anche che per il riposo si riunissero in una grotta nascosta tra le fronde: la Grotta del Tradimento. E` in quell’angolo di giardino nel podere del Getsemani, dopo l’ultima cena, che Gesú si ritiró con gli apostoli per pernottare.
Getsemani, secondo un’espressione ebraica, significa “magazzino dell’olio” o “pressoio”, gath-shemen, ed a questo serviva la buca scavata nella roccia, dove la tradizione indica fossero radunati gli apostoli per riposare, mentre Gesú, a “quasi un tiro di sasso” (Lc 22,41) pregava e agonizzava. Per questa ragione Giuda ben sapeva dove condurre le guardie di Erode ed in quale grotta esattamente lo avrebbe trovato. In questo luogo Gesú tornó dai Suoi discepoli e qui la tradizione indica il luogo esatto in cui Egli pronunció le parole “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?”. Vari restauri e scavi, crociati e successivi, ci indicano questo come un luogo di culto sin dal nascere della cristianitá. Uno stretto rapporto esiste infine tra questo ambiente e quello dove, sempre secondo la tradizione, fu deposto il corpo della Madre del Signore (attigua alla “Tomba di Maria”).
A pochi metri troviamo la Basilica dell’Agonia e di fianco ad essa, robustamente recintato con una cancellata di ferro, che ne permette tuttavia la piena visione, si trova un piccolo giardino composto di alberi d’olivo millenari. Sono gli stessi sotto i quali Nostro Signore inizió la Sua agonia e che ci capita di rievocare nella nostra mente mentre meditiamo e contempliamo il Primo Mistero Doloroso nel Santo Rosario.
Il caso volle che mi trovassi in quel luogo in compagnia di un gruppo di amici pugliesi, persone semplici, contadini e piccoli allevatori; uomini e donne con il volto scavato dalle fatiche e dal sole, ma con una luce negli occhi che rivelava la Fede degli umili, di coloro che sono a Lui piú vicini e graditi. Tra di essi avevo stretto una particolare amicizia, spontanea ed imprevista, con quello che chiameró il compare Vito. Ad un certo punto lo vidi in disparte mentre una lacrima gli scendeva sul viso. Anche altri del gruppo esprimevano tratti particolarmente seri e di commozione. Sicuramente il luogo é suggestivo e non induce a pensieri gioiosi. Ma c’era di piú. Un loro caro amico e compaesano si era da poco accomiatato da questo mondo materiale, ed egli era colui che si era occupato per decenni della cura e potatura degli olivi del Getsemani, specialmente di quel piccolo gruppetto di piante millenarie. Riguardando anche io gli alberi ben curati e potati, con la terra tutto intorno pulita e sistemata, capii che attraverso essi i miei amici pugliesi avevano rivisto tutto l’amore e tutto l’impegno che questo bracciante volontario, proveniente dal Tavoliere, loro amico d’infanzia e compagno di lavoro, aveva profuso per la Terra Santa in anni di dedizione silenziosa, lavorando e pregando, proprio lí dove Nostro Signore amava pregare in solitudine.
Presi allora compare Vito sottobraccio per continuare nel cammino.
Padre Pio intanto ci chiamava a raccolta:
“Pellegrini !!!”…..il pellegrinaggio continua…..

"BEATO SIGNORE, CHI TROVA IN TE LA SUA FORZA E DECIDE NEL SUO CUORE IL SANTO VIAGGIO" (Salmo 84, 6)
© Filippo Fortunato Pilato

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